Donne, maternità e lavoro

Donne, maternità e lavoro

Maternità Lavoro

Per una donna conciliare maternità e lavoro non è facile, soprattutto perché nonostante esistano leggi che la tutelano, a livello pratico queste non sempre vengono rispettate. La disparità che c’è tra uomo e donna nel mondo del lavoro (e non solo) la conosciamo bene. Esiste una direttiva, quella del 2006/54/CE, a sostenere il principio di parità ma non sembra essere sufficiente.

Quando si parla di maternità sono diverse le ingiustizie che la lavoratrice deve affrontare. Esistono discriminazioni specifiche che sono denunciabili a livello legale e oggi scopriamo quali sono, proprio perché purtroppo sono tra quelle più praticate nel presente.

Discriminazioni in maternità, quali subisce la donna

Esistono diversi tipi di discriminazioni sul lavoro, tra cui quelle legate alla maternità. Nonostante la legge imponga in modo esplicito che la lavoratrice non può essere licenziata per tutto il periodo della gravidanza e fino a quando il bambino non compie un anno, spesso questo avviene. Perché?

Questa tutela per esempio non esiste in caso di fine contratto e cessazione dell’attività, oppure esito negativo dell’eventuale periodo di prova, così come in caso di giusta causa. Quest’ultime due senza dubbio sono tra le più facili da aggirare.

Una donna secondo l’art 56 del Decreto Legislativo 151/2001 non può essere demansionata, cioè non può essere ricollocata in una mansione inferiore a quella svolta fino a quel momento. Si tratta di una disparità di trattamento molto grave però allo stesso tempo piuttosto comune.

Infine la gravidanza, così come la maternità o il matrimonio non possono essere, secondo il decreto legge 198/2006 causa di ostacolo alla carriera. Non è possibile perciò discriminare una donna e non farla accedere a un lavoro oppure non farle ricevere una promozione per questi motivi.

Dimissioni obbligate in caso di gravidanza

Da una parte la legge tutela la lavoratrice che resta incinta. Dall’altra sappiamo bene che, se un’azienda vuole davvero licenziare una persona, il modo lo trova. Uno dei tanti è quello di obbligare una persona a dimettersi.

L’obbligo può arrivare tenendo la persona costantemente sotto pressione e creare intorno a lei un velato ma pur sempre sentito ambiente negativo, dove non si trova più a suo agio. Dall’altra però la pratica “più sicura” per ottenere queste dimissioni volontarie ma obbligate è quello di costringere la persona a firmare delle dimissioni in bianco prima ancora di essere assunta.

Ciò significa che, prima di firmare il contratto e far partire “i lavori”, la donna firmerà già le sue dimissioni, le quali però sono senza data. Così facendo il datore di lavoro, conservando questo foglio, si tutela. In caso di gravidanza, di malattia o di un diverbio, cose che non possono per legge portare a un licenziamento. In questo modo invece il datore di lavoro si tutela.

Fortunatamente anche in questo senso è stata fatta la legge 188/2007 per ridurre il problema il più possibile. Una legge che si estende a ogni tipo di lavoro e stabilisce che le dimensioni volontarie possono essere compilate su un foglio che presenta un codice alfanumerico progressivo. In questo modo non è possibile far firmare le dimissioni in anticipo. Un modulo che può essere ottenuto gratuitamente su internet, nei patronati oppure nelle direzioni territoriali del lavoro.

Madri che non cercano lavoro e donne che rinunciano alla maternità

L’ISTAT ha rilasciato nel 2019 dei dati davvero sconvolgenti. Sono circa 5 milioni le donne che ogni anno rinunciano alla maternità perché sanno che in questo modo potrebbero perdere il proprio posto di lavoro o arrivare a guadagnare meno, passando a un part-time.

Nonostante contro le leggi di discriminazioni di genere una donna spesso non viene assunta in ruoli di spicco perché, in quanto donna, un giorno potrebbe scegliere di restare incinta. Si nota che nei consigli di amministrazione per esempio le donne rappresentano solo il 14,5% dei membri e nelle università abbiamo 2 su 83 rettori donne.

A oggi la forza lavoro complessiva è rappresentata dal 42% dalle donne, eppure come sappiamo grazie agli accordi di Lisbona, se la percentuale arrivasse al 60% il PIL del paese salirebbe parecchio.

Infine c’è il dato sconcertante, ottenuto ancora una volta dall’Istat, secondo il quale molte donne dichiarano apertamente di non aver mai voluto cercare un lavoro per potersi occupare a tempo pieno dei bambini. Tale fattore porta in verità a un altro problema piuttosto grave ed è quello della dipendenza economica, la quale è uno dei principali motivi per cui molte donne continuano a vivere a lato di mariti che esercitano su di loro violenze fisiche o psicologiche o semplicemente all’interno di matrimoni senza amore.

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